L’indennità sostitutiva delle ferie non godute è una somma di denaro erogata al dipendente quando le ferie maturate non sono state fruite.

Secondo la legge, il datore di lavoro deve riconoscere al lavoratore un minimo di quattro settimane di ferie all’anno e tale periodo – salvo quanto previsto dai contratti collettivi – va goduto per almeno 2 settimane, consecutive in caso di richiesta del lavoratore, nel corso dell’anno di maturazione e, per le restanti due settimane, nei 18 mesi successivi al termine dell’anno di maturazione.

Il suddetto periodo minimo di quattro settimane di ferie non può essere sostituito dalla relativa indennità per ferie non godute, salvo il caso di risoluzione del rapporto di lavoro. Quindi è ammissibile la monetizzazione:

– delle ferie eccedenti il periodo minimo di quattro settimane all’anno;
– delle ferie residue al momento della risoluzione del rapporto di lavoro.

In questi casi eccezionali, è possibile compensare le ferie residue con apposita indennità sostitutiva delle ferie non godute. Questa indennità è assoggettata a contribuzione previdenziale e a chiarirlo è la Corte di cassazione con ordinanza n. 9009/2024. L’indennità, secondo la Corte, gode della stessa garanzia che l’articolo 2126 del Codice civile pone a favore delle prestazioni effettuate in violazione delle norme che tutelano il lavoratore, ponendosi in rapporto di corrispettività con le prestazioni lavorative che sono state svolte quando il dipendente avrebbe dovuto dedicarsi al riposo, avendo, pertanto, natura retributiva.

Ciò posto, la riconducibilità all’interno della nozione di retribuzione imponibile non è compromessa dal concorrente profilo risarcitorio che può essere riconosciuto all’indennità sostitutiva delle ferie non godute. Quest’ultima, del resto, è innegabilmente un’attribuzione riconosciuta al dipendente in dipendenza del rapporto di lavoro e non è ricompresa nella elencazione delle erogazioni escluse dalla contribuzione.

I giudici hanno chiarito che il carattere risarcitorio le deriva dall’idoneità a compensare il danno che consegue al mancato raggiungimento dei fini cui è destinato l’istituto delle ferie e, quindi, dalla perdita del riposo e della possibilità di recuperare le energie psico-fisiche, di dedicarsi adeguatamente alle proprie relazioni familiari e sociali e di svolgere attività ricreative. Il carattere retributivo, invece, deriva non solo dal sinallagma che caratterizza il rapporto di lavoro, ma anche e soprattutto dalla circostanza che la stessa rappresenta una remunerazione per attività resa in un periodo che avrebbe dovuto essere retribuito e non lavorato, in quanto destinato al godimento delle ferie annuali.

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